

130. Una valutazione critica del centrismo.

Da: C. Pinzani, L'Italia repubblicana, in Storia d'Italia, quarto,
Einaudi, Torino, 1976.

Carlo Pinzani, studioso di storia italiana contemporanea, esprime
una valutazione critica dell'operato di Alcide De Gasperi; egli
afferma infatti che il progetto dello statista democristiano fu
finalizzato a restituire alla Chiesa cattolica il perduto
predominio nella societ italiana. Il centrismo, secondo Pinzani,
dietro una vernice di democraticit, assicur alla DC l'egemonia
e questa ebbe come perno fondamentale l'apparato dello stato
ereditato dal fascismo.


Lungi dall'essere una conseguenza automatica della vittoria
elettorale la formazione del blocco di potere democristiano  il
risultato di un processo abbastanza complesso e protratto nel
tempo, nel quale confluiscono elementi diversi, difficilmente
riconducibili ad una chiara unit. Sul piano politico questo
processo  condotto prevalentemente, se non esclusivamente, da De
Gasperi e dal gruppo degli ex popolari che sono alla guida del
partito fino al 1953, quando il disegno egemonico riceve un primo,
durissimo colpo, almeno nei termini totalizzanti in cui era stato
concepito. Il senso irrazionale di paura del comunismo, che era
stato alla base del voto del 18 aprile, non era stato percepito
soltanto da Dossetti [Giuseppe Dossetti, deputato democristiano
alla Costituente] e dai suoi seguaci: Ci sono dunque anche per la
conquista cattolica dei limiti che non  facile, almeno in un
prossimo periodo, superare, scriveva De Gasperi a Pio dodicesimo
il 10 febbraio 1949, alla vigilia del suo incontro con il
pontefice, per solennizzare il ventennale dei Patti lateranensi.
Queste cifre - proseguiva il leader trentino, commentando i dati
elettorali - dicono che i democratici cristiani soli difficilmente
potrebbero governare e che la coalizione con altri gruppi non 
solo una opportunit internazionale. Vi sono altri sviluppi
interni che meritano considerazione e, se occorre, qualche
sacrificio. Staccare permanentemente una frazione di socialisti
vuol dire aprire la possibilit di rompere il blocco sindacale
socialcomunista nelle sue cittadelle di resistenza, e guadagnarlo
ad una politica di riforme graduali; collaborare coi repubblicani
vuol dire offrire ai pi saggi di loro la possibilit di
abbandonare per via l'anticlericalesimo della loro tradizione. E'
certo, questa, una politica a lunga scadenza; ma l'esperienza
merita di essere condotta a termine e gi oggi qualche
accostamento sostanziale  stato raggiunto. Del resto, quale
sarebbe la situazione se tutti i "non cattolici" si riunissero
sotto il comune denominatore dell'anticlericalismo? Il pericolo
esiste, perch sventuratamente banche, istituti economici, grandi
editorie, grosse industrie, propriet terriere sono ancora in mano
a uomini i quali sono in fondo solo degli anticlericali rinsaviti
dalla paura [...]. Quando si costitu il governo, si dovette tener
conto di questo fatto, il quale rimane ancora decisivo per la
direttiva politica odierna. Ecco perch il presidente del
Consiglio, quando parla come tale, d rilievo a questa base comune
e non accentua sempre lo specifico pensiero suo proprio e quello
del partito maggiore, e talvolta considera con sopportazione
taluni scatti dei gruppi minori. Vero  che tale tattica deve
avere dei limiti e direi anche dei contrappesi in affermazioni pi
decise e pi specifiche di chi dirige il partito o le associazioni
cattoliche [...]. L'esigenza suprema  quella della cooperazione
ed integrazione, pur con distinta responsabilit. Il campo  vario
e vastissimo. Il terreno sociale, economico e culturale 
immensamente pi ampio di quello politico.
L'autorevolezza dell'interlocutore e la solennit dell'occasione
garantiscono della convinzione di De Gasperi circa la validit
della sua linea. Si tratta di una prospettiva vasta e di lungo
respiro: la rottura dell'unit antifascista e l'anticomunismo si
configurano qui apertamente come mezzi per ridare alla Chiesa
cattolica il perduto predominio sulla societ italiana. De Gasperi
 consapevole che l'aspirazione egemonica non  realisticamente
perseguibile senza un sistema politico di alleanze, le quali hanno
chiaramente una finalit strumentale. .
Che questa sia la sostanza storica del centrismo, nel quale i
partiti laici minori assumono, pi o meno consapevolmente, quel
ruolo del tutto subalterno rispetto alla Democrazia cristiana che
nell'immediato dopoguerra era stato svolto soltanto dal Partito
liberale,  ancora problema storiografico aperto. E' certo per
che De Gasperi in questo modo otteneva un duplice risultato:
anzitutto, la formula dei governi di coalizione consentiva la
conservazione di una vernice di democraticit all'equilibrio
politico successivo alla rottura della unit antifascista. Si
tratta, certo, di un fatto pi apparente che reale, nonostante che
le irrequietezze dei socialdemocratici provochino non indifferenti
fastidi alla Democrazia cristiana durante la prima legislatura: la
dialettica interna alla coalizione rimane un fatto esteriore, che
non intacca mai la sostanza del clerico-moderatismo degasperiano.
[...].
Il secondo risultato, coscientemente perseguito da De Gasperi, 
quello di mantenere a se stesso ed anche, seppure in minor misura,
al partito, un certo margine di autonomia dalla gerarchia
ecclesiastica, autonomia che l'inasprirsi della guerra fredda
aveva paurosamente ridotto. [...] .
I due anni che vanno dalle prime elezioni politiche repubblicane
allo scoppio della guerra di Corea sono decisivi per la formazione
del blocco di potere democristiano, che, nel triennio successivo,
doveva vanamente tentare di trasformarsi in regime. Come De
Gasperi aveva scritto a Pio dodicesimo, il terreno da coprire per
la riconquista cattolica era vastissimo e la bisogna non poteva
essere svolta soltanto dal partito politico, che pure conservava
un ruolo centrale, anche se, sotto la guida degasperiana, esso
continuer a mantenere una struttura organizzativa assai labile.
Accanto ad esso doveva operare la costellazione delle
organizzazioni di massa facenti capo alla struttura ecclesiastica,
dalle Acli al Centro italiano femminile, alla Fuci e
all'organizzazione dei coltivatori diretti, all'Azione cattolica,
articolata in modo da organizzare anche i giovani e le donne, fino
a giungere al Centro sportivo italiano. Su questo terreno, il
movimento cattolico si limitava a sviluppare tendenze in esso
tradizionali e mostrava di aver appreso anch'esso - al pari del
movimento comunista - la lezione del fascismo, che aveva
definitivamente individuato nelle organizzazioni di massa uno
degli strumenti fondamentali per l'acquisizione del consenso. .
Ma la via principale attraverso la quale l'egemonia democristiana
si svilupp fu l'apparato dello Stato ereditato dal fascismo, che,
non solo non era stato neppure scalfito dall'epurazione sul piano
del personale amministrativo, ma manteneva integro il suo peso
sulla societ e sull'economia italiane. Proprio su questo terreno
e in questo periodo pu misurarsi la vera sconfitta subita delle
forze innovatrici nell'immediato dopoguerra: l'avere quasi
completamente trascurato, sia pure in presenza di compiti diversi
ed immani, il problema delle istituzioni, rinnovate soltanto al
vertice, faciliter enormemente la formazione di un nuovo blocco
di potere attorno al partito democristiano. De Gasperi e gli ex
popolari si resero conto dell'opportunit loro offerta
dall'esistenza di questa situazione, e dell'apparato creato dal
fascismo e potenziato dalla guerra per l'intervento pubblico
nell'economia si servirono con notevole spregiudicatezza e
indubbia efficacia. .
Esemplare, sotto questo profilo,  la vicenda attraverso la quale
la Democrazia cristiana si impadron della Federazione dei
consorzi agrari, potenziandola notevolmente sino a farne una delle
lobbies pi potenti dell'Italia degli anni '50, oltre che primario
strumento di acquisizione del consenso elettorale.
